Nel panorama della techno contemporanea, sempre più codificato e influenzato dalle dinamiche social e commerciali, c’è chi sceglie di rompere gli schemi. Lorenzo Raganzini lo fa con un progetto personale e radicale, che segna un nuovo capitolo della sua carriera: l’album di debutto Techno Rebels, in uscita ad aprile 2026.
Un lavoro che nasce da un’urgenza espressiva autentica, lontano da compromessi e formule preconfezionate. Anticipato dai singoli We Are Rebels e Amore (I Love You), il disco fonde techno, industrial, metal e suggestioni anni ’90 in un racconto intimo e potente, dove ogni traccia rappresenta un frammento di vita reale.
Abbiamo intervistato Raganzini per approfondire il significato di questo progetto e il suo modo di intendere la musica oggi.
“Techno rebels” suona come un manifesto. Cosa significa essere ribelli oggi nella musica elettronica?
Per me essere ribelli significa essere se stessi. Oggi, tra social, industria e confronto continuo con altri artisti, è facile prendere decisioni pensando al risultato invece che al proprio istinto. Questo porta a perdere autenticità e identità. Essere ribelle non vuol dire fare il contrario per forza, ma seguire ciò che senti davvero, senza paura, anche quando ti porta in una direzione diversa da tutti.

Hai raccontato che ogni traccia nasce da una storia scritta prima ancora di entrare in studio. Un diario o una narrazione strutturata?
Ho immaginato le canzoni come storie, con ambienti, colori e odori. Ogni traccia è un micro mondo. Non è stato un diario lineare, ma la costruzione di un universo dove ogni capitolo rappresenta un momento reale della mia vita. Per questo c’è una forte coerenza: tutte le tracce fanno parte dello stesso mondo.
Il disco mescola techno, industrial, metal e big beat anni ’90. Quanto è importante per te contaminare i generi?
Per me la techno nasce come genere ribelle. Cosa significa “puro”? Usare solo certi suoni? Non sono d’accordo. È un genere che nasce per rompere gli schemi. La contaminazione è naturale: ascolto musica diversa ogni giorno, ed è inevitabile che entri anche nella mia. È parte della mia identità, purché sia qualcosa di onesto, non costruito.
Hai definito questo album “la tua vita trasformata in suono”. C’è una traccia che rappresenta più delle altre il periodo turbolento che hai vissuto?
“We Are Rebels” è il manifesto del disco.
È un inno a credere in se stessi, a non farsi schiacciare dalle opinioni esterne e a trovare forza anche nelle piccole cose quotidiane. Ogni traccia rappresenta un momento preciso: senza anche solo uno di quei momenti, questo album forse non esisterebbe.

La techno nasce come controcultura e comunità. Quello spirito esiste ancora oggi?
Sì, ma va protetto.
Oggi la scena è molto esposta e questo porta anche persone che non conoscono davvero la cultura. Questo cambia il vibe dei club. Sta a noi difenderlo, creando eventi e musica di qualità e mantenendo viva l’essenza.
Hai costruito per anni il brand Hex. Quanto ha influenzato la tua identità da solista?
È stato un progetto fondamentale. Mi ha dato la possibilità di creare qualcosa di grande e dare spazio ad altri artisti. Nel tempo però il suono è cambiato e non mi sentivo più rappresentato. Quello che porto con me è il senso di comunità, che voglio continuare anche con la mia label, con un suono che sento davvero mio.
Stai portando il tuo progetto verso il live. Cosa cambia rispetto al dj set?
Il live è stata una sfida: ho costruito tutto in meno di due mesi. Quando l’ho fatto, ho sentito una connessione ancora più forte con il pubblico, più diretta. Mi sono sentito vulnerabile e quindi più sensibile. In futuro continuerò su entrambe le strade.
“Amore (I love you)” racconta le connessioni emotive nei club. Una visione romantica o realistica?
È un inno all’amore in tutte le sue forme. La connessione che si crea nei club è autentica. L’amore dovrebbe sempre far parte di questa cultura e della nostra vita.
Usare la parola “amore” in un contesto techno-industrial crea un forte contrasto. Tutto voluto?
Sì. Per me l’amore è alla base della cultura techno. Senza amore non esisterebbero i rave. Quel contrasto rappresenta oscurità e connessione che convivono.
Se dovessi descrivere “Techno Rebels” con tre immagini?
Una città distopica e vuota dove un gruppo di ribelli crea un nuovo equilibrio.
Una scena alla Trainspotting, cruda e reale.
Un gruppo di amici che cresce insieme tra notti, errori, amore e vita, con la techno come colonna sonora.

Qual è stata la scelta più radicale nella produzione del disco?
Non compararmi con nessuno. Ho seguito solo quello che sentivo, senza pensare se fosse trendy o meno. Anche musicalmente ho fatto scelte controcorrente, come partire veloce e finire più lento.
Hai realizzato tutto da solo, senza collaborazioni. Perché?
Per essere il più onesto possibile.
Non volevo compromessi. Volevo che fosse chiaro: questo è il mio messaggio, questa è la mia voce.
Guardando la scena techno globale, chi sta davvero innovando?
Non mi sento di fare nomi. La scena è molto contaminata oggi. Preferisco restare focalizzato sul mio percorso e costruire qualcosa di solido con la mia label.
Se qualcuno ascoltasse “Techno Rebels” da solo, lontano dal club, che esperienza dovrebbe vivere?
Vorrei che si sentisse vivo. Che percepisse energia, tensione, voglia di andare avanti. Che trovi forza per essere se stesso, anche nei momenti difficili. E soprattutto che si senta parte di qualcosa: una comunità di “ribelli” connessi dall’amore per la musica.


